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Io sono un complottista

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Sono complottista. O almeno così dicono.
Lo sono perché secondo alcuni ho un modo semplicistico di vedere la complessità delle cose che, ovviamente, devono rimanere complesse apposta perché nessuno le veda.
Se fosse per me direi che sono complottista non per convinzione ma per convenzione; come quel professore di liceo degli anni ’70 a cui davano del fascista solo perché bocciava gli asini.

Però i medici che mi hanno in cura sono certi: sarei complottista perché non riesco a mandar giù questa storia del governo Monti. Potrebbero avere ragione perché io, più guardo Monti, più sento rumori sinistri, vedo ombre aggirarsi, acciglio lo sguardo verso la nebbia e tendo i sensi. Insomma, secondo loro avrei l’atteggiamento tipico del complottista patologico.
I sintomi sono comparsi da poco; da quel 10 novembre scorso, quando il presidente di Banca Intesa, il silente Giovanni Bazoli, ha sentito il bisogno di dichiarare che Giorgio Napolitano era una “figura eccezionale che la storia ci ha dato in un momento difficile”, sette giorni prima che l’amministratore delegato della sua banca divenisse il nuovo Ministro dello Sviluppo del governo voluto proprio da Napolitano.
Poi i sintomi mi si sono acuiti quando Barack Obama ha telefonato al Presidente della Repubblica per congratularsi dell’incarico a Monti prima ancora che Berlusconi si dimettesse, e io ho pensato che la nostra sovranità nazionale era diventata, per dirla con Céline, “una demagogica fottitura”.
A quel punto i medici sono intervenuti e mi hanno preso in cura. Terapia intensiva a base di articoli quotidiani di De Bortoli e Riotta, di Repubblica e la Stampa, per tranquillizzarmi che tutto è a posto; che non bisogna dare retta a quel giornalino ininfluente che si chiama Financial Times, quando annuncia che, per le elite europee, “la democrazia ormai è un lusso antiquato”. Eppure, nonostante gli antibiotici cartacei continuo a pensare che la notizia di Milano Finanza, secondo cui il picco di spread che ha costretto Berlusconi a dimettersi è stato prodotto da vendite innescate da Goldman Sachs, possa essere credibile. Ma tutto questo è passato remoto. Il presente è la manovra di 30 miliardi grazie alla quale, parola di Mario Monti, l’Italia non fallirà. Di sicuro non falliranno gli istituti di credito. Siccome il governo Monti non è il governo dei banchieri e nemmeno dei loro amici, il fatto che la manovra la paghino tutti tranne le banche è solo frutto della legge universale della causalità. Qualcuno mi ha risposto: allora sei un complottista. E lo so, sto in cura per questo.
Poi però, prendendo una delle mie medicine quotidiane, il Corriere della Sera, ho letto che anche lì pensano la stessa cosa ma con una variante: il vantaggio che le banche ricevono da questa manovra dovrà servire a rilanciare il sistema finanziario che poi elargirà aiuti a imprese e famiglie come fossero bruscolini.
Come no, ovvio. Ma ai miei occhi complottisti gli aiuti alle banche (sotto forma di garanzia dello Stato sui loro titoli di debito, di incremento obbligatorio dell’uso di carte di credito dato dalla tracciabilità dei pagamenti, di obbligatorietà di apertura di conti correnti per i pensionati e di estensione dell’imposta di bollo sui depositi finanziari) ha qualcosa di pornografico, in un momento in cui vengono cantate le virtù verginali delle tasse e dei tagli. Non solo, ma il mio complottismo mi fa immaginare che l’inevitabile crisi del mercato immobiliare (vera risorsa d’investimento degli italiani) dovuto alle nuove tassazioni sulla casa, spingerà sempre più liquidità nelle banche a riempire il loro ventre molle con il quale alimenteranno la loro politica di debito e di finanziamento di se stesse.
La realtà è che bisogna non essere economisti bocconiani per vedere il carattere recessivo di questa manovra che di sviluppo non ha un’ombra, ed è finalizzata a tenere in vita non l’Italia, ma l’Euro ed il sistema finanziario che da esso si alimenta; non l’Europa, di cui non frega nulla a nessuno, ma una moneta senza Stato.
L’economia ha cessato da tempo di essere “nomos della casa” strumento di produzione di ricchezza reale, di beni, di funzioni per una comunità. Essa è sempre più carta straccia e debito, moneta creata dal nulla da un sistema finanziario che ormai regola le nostre vite. Quelli come me sono complottisti, non perché vogliono esserlo, ma perché, come Jessica Rabbit, ci disegnano così. Potrebbero disegnarci in carne ed ossa, ma non conviene. Conviene pensarci un cartone animato anche se siamo più reali dei nostri disegnatori.
Eppure non tutto è già scritto. Il barone di Montesquieu che la sapeva lunga diceva che “se si consulta la storia la si troverà piena di grandi avvenimenti imprevisti”. Chissà se gli sceneggiatori del cartoon fatto di spread, rating e indici hanno previsto il ritorno dei popoli alla realtà.

di Giampaolo Rossi

FONTE: http://notapolitica.it/2011/12/10/rossi_politica10-12.aspx - OltreVerso

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