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Processo per magia propiziatoria contro Veneria Dusso, Caterina Durli e altre nove donne tutte da Palazzolo (10 giugno 1624)

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Processo per magia propiziatoria contro Veneria Dusso, Caterina Durli e altre nove donne tutte da Palazzolo (10 giugno 1624)
A.C.A.U., Santo Officio, b. 24, f. 829.


Il processo1 per magia propiziatoria contro Veneria Dusso, Caterina Durli e altre nove donne da Palazzolo, ci presenta, un gruppo di donne superstiziose che "per impetrar la pioggia dal cielo" andavano lungo le strade del centro e della periferia del paese, la notte del sabato che precede la Pentecoste, verso mezzanotte, processionalmente "lustrando" cioè aspergendo con acqua (benedetta?), e cantando "a due chori" una canzone. Il testo riportato parzialmente nella denuncia fatta dal vicario di Palazzolo, inizia con le parole: "Schiarazzola marazzola a marito ch'io me ne vò", e continua con "Sicome io son donzella, che piova questa sera".
Ad ogni strofa della canzone veniva inserito un "falalela2". Poi quelle "donne infami e maritate", quale vero rimedio per fare venire la pioggia, ritennero di rubare a tre degani del paese un vomere o "versuro" di aratro ognuno per nasconderlo nell'acqua in tre posti diversi del paese3. Il vicario si lamentò anche che già l’anno precedente aveva avuto modo di rimproverare quelle donne affinchè non ripetessero più tale superstizione, senza alcun risultato. Una di loro anzi, gli replicò che avendo cantato ai tempi dei suoi predecessori, intendeva farlo ora con lui e anche in futuro. Anche il cappellano, la seconda festa di Pentecoste, le ammonì pubblicamente dal pulpito, ma loro lo derisero e anzi dovunque lo incontrassero si mettevano a cantare. Così fecero poi anche nella terza festa di Pentecoste4 malgrado lui avesse rincarato la dose delle ammonizioni contro l’ostinazione delle donne. Il vicario concluse la denuncia chiedendo al padre inquisitore d'intervenire con una esemplare e "salutifera" correzione di quelle donne e degli uomini che le accompagnavano.


1 Pubblicato da G. BINI, Stregoneria a Palazzolo, in " la bassa", 1, 1978, pp. 53-54; e, con lo stesso titolo, in Tisana, numero unico, SFF, Udine, 1978, pag. 225.
2 Su questo canto a due cori, sulle parole, già conosciute mezzo secolo prima dal maestro di cappella della Basilica di Aquileia Giorgio Mainerio, sul significato delle stesse, e sul processo in generale si è interessato: G. PRESSACCO, Sermone, cantu. choreis et... marculis, Udine 1991, pp. 95; 221- 241 e 257-258.
3 L'uso dell'aratro o soltanto del vomere come antidoto a qualche maleficio o contro il verificarsi di qualcosa di negativo, nel caso specifico la siccità, è una pratica già registrata, si veda anche il processo (n. 7, 67v) contro Apollonia di Iacò di Latisana.
4 Allora, dopo la festività della Pentecoste, c’erano altri due giorni festivi.


Molto reverendo padre in Christo osservatissimo.
Si denontia al Sancto Offitio, qualmente certe donne superstitiose di Palazzuolo soggette alla mia cura contro ai riti di santa Chiesa, e della vera e sana religione, per impetrar la pioggia dal cielo la notte della Pentecoste alle cinque hore di notte in circa andavano processionando, e lustrando la villa dentro e fuori cantando a due chori una certa sua canzone, che incomincia: "Schiarazzola marazzola a marito ch'io me ne vò", con quello che segue a mezzo: "Sicome io son donzella, che piova questa sera", e tuttavia intravano a cantar queste parole, e donne infami, e maritate, e spesse volte si aggiungevano ad ogn'uno il "falalela", et poi essendo tre degani in villa s'insegnavano ad ogn'uno di loro di rubare il versuro o aratro per condurlo a tre cantoni della villa e quivi nasconderlo nell'acqua, dicendo questo esser vero rimedio per far venir la pioggia. Non ostante che da me sia l'anno passato per simil occasione gli sia stata fatta rigorosa riprensione avertendole a non dover usar si fatta superstitione, sono di novo incorse come di sopra, aggiungendo quella che sarà notata a questo segno, → che ha cantato la sudetta canzone quando erano altri preti, e però intende voler cantar hora che son'io, et quando anco non mi sarò: et havendole anca il mio capellano la 2a festa della Pentecoste in chiesa ammonite, li risero, e per sprezzo, mi credo io, quasi tutto quel giorno dopo desinare, dove vedevano, incominciavano ad intonare il sudetto canto fin tanto ch'io da una mia devotione, dove ero andato la sera avanti, ritornai in villa, e funmi per ordine tutto il successo dal sudetto reverendo narrato, la dove presi occasione la 3a festa di raddoppiar i gridi contro l'ostinazione di queste tali protestandole di voler, come faccio con quel miglior modo ch'io so et posso, portar il caso alle mani di vostra paternità molto reverenda, la quale prego in visceribus Iesu Christi vogli esser quella che proveda di opportuno rimedio, e salutifera correttione.
Ego Pater Bernardinus Morra vicarius curatus Palazoli manu propria.


Die 10 iunii 1624.


Le donne delinquenti sono le infrascritte: Veneria moglie di Battista Dusso; Catarina figliola del quondam Pietro del Durli; Maddalena, Lucia figliole di Pietro di Bino; Zuanna figliola del quondam Alvise dell'Agnola; Catarina figliola del quodam Valentin Cargnello; Domenega moglie di Zuanne di Marco; Maddalena figliola del quondam Marco de Marci; Maria et Maddalena figliole di Marco dell'Agnola; → Maria Lissandrina vedova impudica; Fiori moglie di Francesco Marcolino, cantavano tutto il giorno quasi in sprezzo.
Stefanutto di Bino, Battista figliolo di Piero di Bino, Domenego Cargnelo et Antonio figlio di Domenego Rio questi accompagnavano le donne non so se per fomentarle o se per qualche altra occasione, basta che le potranno servir per testimoni, e le raconteranno le parole formali della canzone. Non credo però che le sudette donne al constituto negaranno un fatto così notorio e publico

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